Testimonianze dal vivo

 

Un sacerdote - Vijo Pitscheider
  

con il permesso dell'autore,
parroco e decano di Ortisei e di tutta Val Gardena

 

Incontrai don Videsott negli anni ottanta. Egli mi invitava spesso il fine settimana per confessare o per tenere conferenze per giovani o adulti della sua parrocchia o per concelebrare la Santa Messa nei giorni di festa. Sentivo che mi stimava. Mi convocava volentieri nella sua parrocchia, aveva chiaramente fiducia nelle mie prediche e nelle mie conferenze. Era un uomo con una fede profonda, sempre immerso nella preghiera, il breviario in mano, sulla scrivania o sul tavolo della sacrestia.

Tra lui e il breviario c'era una relazione attettuosa. Era un sacerdote pensieroso, taciturno, di poche parole nelle conversazioni. Celebrava la santa Messa serenamente, senza distrarsi; parlava in modo chiaro e lentamente, accentuando le parole della consacrazione. Alzava l'ostia e il calice lentamente e con devoto fervore, le sue genuflessioni indicavano rispetto, dignità sacerdotale e fervore devoto. Il tono delle sue prediche era deciso specialmente, quando parlava della grazia dei sacramenti. In questi casi accentuava le parole e alzava la voce, perché voleva dare una particolare importanza a ciò che stava dicendo, in particolar modo, quando trattava o spiegava temi riguardanti la fede o la preghiera, la partecipazione alla santa Messa, l'offerta delle difficoltà della vita quotidiana, i dieci comandamenti, la morale cristiana, i doveri dei cristiani nel matrimonio e nella famiglia, l'educazione e la partecipazione ai sacramenti. Educava i chierichetti al servizio dell'altare con le mani giunte e alla fede, ad un atteggiamento pio, degno del servizio all'altare.

Egli stesso dava il buon esempio, un sacerdote con una fede profonda e un grande rispetto per quel luogo sacro.

Alcune feste solenni restava inginocchiato davanti al tebernacolo assieme ai suoi chierichetti, per pregare. Insegnava religione alla scuola elementare e trasmetteva ai suoi alunni la gioia per la preghiera, per le visite a Gesù nella chiesa, per la partecipazione alle Messe di ogni giorno o domenicali, alla preghiera nei pomeriggi della domenica.


Pellegrini nella sua abitazione a La Valle
 

Viveva una fede rigorosa, una fede con regole severe, ma nello stesso tempo una fede basata sulla gioia e sull'amore di Dio. So che pregava e meditava fino a tarda notte. Nel suo studio ardeva la luce molto a lungo.

Lo incontrai e lo potei così osservare da vicino, conoscendolo sempre meglio: era contemplativo, forte, calmo e severo.

Fu e sarà sempre rispettato, chiamato e ricercato per la sua forte potenza spirituale e la sua fede chiara e priva di dubbi che originava dalla continua preghiera giornaliera e da una meditazione profondamente immersa nella fede.

Secondo me, non era un grande oratore, ma tutto quello che diceva, proveniva dalla profondità delle sue esperienze di preghiera. "Ora e labora" (prega e lavora): la pregera era la cosa più importante nella sua vita di sacerdote e nel suo insegnamento. Il suo contatto con Dio, con la Madonna e con il suo Angelo Custode non si interruppe mai. La sua preghiera era una continua intercessione per sempre più persone, famiglie e situazioni problematiche.

Era un benefattore grande, unico e ricercato da molti per la forza della sua preghiera e e per la sua "speciale" benedizione, la sua intercessione presso i Santi.

Il suo spirito era animato dalla preghiera e una grande venerazione dell'Eucaristia. Non ebbi né il tempo né l'occasione di conoscere meglio il suo carattere. Per me era una persona equilibrata, concentrata, che viveva in unione con la spiritualità e che si irritava ed alzava la voce solo quando difendeva la fede contro l'indifferenza o pretendeva un comportamento rispettoso della morale invece di facili costumi, consumo di alcol, notti passate tra divertimenti e materialismo. Era und "defensor fidei", un difensore della fede, difendeva le buone abitudini in una società che per i giovani, con l'aumento del turismo e il fiorire dello sviluppo dell'artigianato, era diventato un mondo moderno, nel quale scorreva molto denaro nella società contadina e ciò portava ad un estremo consumismo, con una conseguente noncuranza nel comportamento e nella morale.

Le sane tradizioni del mondo dei contadini di montagna incominciarono a vacillare nel momento in cui i giovani incominciarono a lasciare i loro paesi per andare nelle città a studiare all'università e tornavano poi a casa con nuove idee e nuovi comportamenti. Il loro piccolo mondo unitario, rigidamente tenuto sotto controllo, in cui regnavano regole, norme e prescrizioni rigorose, controllate dalla forte autorità dei genitori e del parroco, incominciò a crollare pezzo dopo pezzo.

S. Croce - montagna santa della Val Badia
S. Croce - Santuario e montanga (2000 e 3000 m sopra il mare)
 

Per me don Enrico era come un amico; lo rispettavo, lo osservavo, mi rivolgevo a lui per avere consigli e assistenza spirituale. La sua amicizia era quella di un meraviglioso confratello e padre spirituale. Sentivo la sua superiorità sia come scerdote, sia sotto l'aspetto spirituale; nella sua esemplarità, nella sua certezza e nel suo carisma. Portava sempre un talare o un abito nero e aveva sempre con se il breviario. Camminava come solo un "grande" sacerdote cammina, suscitava un grande rispetto sia come sacerdote, sia come uomo; era sempre equilibrato, con un sorriso sulle labbra, un sorriso calmo, ma anche severo che non cerca una facile approvazione.

Parlava lentamente, sorridendo, ma la sua voce era sicura, forte e decisa come quella di un cerimoniere. 

Era discreto, riservato, dignitoso ma anche amabile e sempre pronto ad accogliere le persone e ad ascoltarle con grande calma, senza fretta, con grande simpatia e rispetto. Ascoltava le persone per capire le loro necessità, poi pregava con loro e rispondeva alle loro domande, dava consigli ed infine li benediva con l'acqua santa. Il suo operato si svolgeva tra la canonica, la scuola, la chiesa e gli ospedali, dove visitava i malati.

Era modesto, umile e infallibile nella sua religione. Ascoltava spesso le madri di famiglia che lo cercavano, per avere da lui un consiglio o per chiedergli di pregare per i loro figli che, sedotti dalle tentazioni del mondo moderno, non si laciavano più guidare e consigliare. Per lui era importantissima la famiglia con tanti figli, fondata sul matrimonio, e chiedeva con la preghiera l'assistenza divina per avere genitori capaci nella loro missione.

Era un parroco venerato, perché era un sacerdote convinto della propria missione, un servo di Dio e dei sacramenti.

Le sue prediche non erano "moderne" e c'erano persone che lo ritenevano una capacita moralmente critica, a volte rigida.

I giovani lo ritenevano un sacerdote tradizionale e moralista, alcuni criticavano come celebrava la Messa, con grande fede e sempre senza fretta. Ho potuto ascoltare solo alcune sue prediche, ma devo dire che mi hanno colpito molto perché rivelavano la sua profonda fede, la sua venerazione per l'eucaristia e per lo Spirito Santo e la Vergine Maria, l'amore per la preghiera del rosario e per il santo curato d'Ars.

Una sera mi chiamò in canonica e mi chiese di fargli una foto, dato che in quel periodo aveva i capelli lunghi e così assomigliava molto al santo Giovanni Maria Vianney, e di ciò nel suo essere umile e un po' scherzoso ne era fiero. Secondo me però, don Enrico seguiva il suo esempio in tutto, anche nel confessionale! A scuola insegnò religione a molti scolari, era severo e dava un'importanza particolare all'insegnamento del catechismo. Non considerava i metodi moderni dell'insegnamento del catechismo, usati in quegli anni da cooperatori e inseganti di religione. Egli pretendeva dai suoi alunni serietà e una certa preparazione.

Una sera chiesi a don Enrico: "Cosa Le da forza di benedire le persone? Di dare loro una benedizione così potente? Quali sono i presupposti per questa forza?" Don Enrico mi rispose che quando era cooperatore nella Val Venosta, aveva un parroco che era famoso e consciuto per la sua benedizione. Gli aveva chiesto cosa facesse per dare tali benedizioni e questo sacerdote gli rispose: "Ero un sacerdote alcolizzato, poi ho rinunciato all'alcol e grazie a questo sacrificio posso dare più forza alle mie benedizioni!"

Mentre raccontava don Enrico sorrideva, ciò mi fece pensare che anche per lui la forza delle benedizioni derivasse dai suoi grandi sacrifici personali.

Anche se i tempi moderni spingono alcuni sacerdoti ad essere "più elastici" e più aperti, le persone continuano a venerare la profonda fede di don Enrico, la sua devozione e la sua percezione della preghiera, la meditazione e l'intercessione per il bene di coloro che si rivolgevano a lui. Don Enrico pregava fino a notte fonda. La sua devozione era incentrata in Cristo, specialmente nella devozione del Santissimo Sacramento, del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore di Maria e di una venerazione di Maria senza pregiudizi, in fine seguiva l'esempio di san Giovanni Maria Vianney a cui rivolgeva le sue preghiere e che era il suo punto di riferimento. Secondo me san Giovanni Maria Vianney era i suo santo esemplare e don Enrico gli assomigiava anche nell'aspetto.

Decano Vijo Pitscheider (Ortisei)



Tomba di Don Enrico
Don Enrico - qui riposa in pace!