Carattere e   virtù

Don Enrico Videsott era una personalità notevole caratterizzata da particolari virtù. Manteneva la sua ferma posizione come un albero forte, provato dalle tempeste. Per alcune persone, e non solo giovani, era troppo poco progressivo e troppo fermo neella sua posizione nei tempi di rinnovamento dopo il 1968 e dopo il Concilio e il Sinodo.

La sua profonda spiritualità e la sua miracolosa attività lo hanno fatto diventare un pastore d'anime che può eguagliare i suoi due grandi modelli: Giovanni Battista Vianney e Giuseppe Freinademetz. Nessu vento può soffiare via gli effetti delle sue opere, così rimarranno e porteranno frutti anche dopo la sua morte.


Le sue particolari caratteristiche

  1. Irradiava un amore paterno come già Giuseppe Freinademetz che per questo fu chiamato Shènfú che significa "amato padre". Ciò non consisteva solo in un fortunato insieme di caratteri ereditari, temperamento e sviluppo. Questa figura paterna proviene dalla sua fede, dalla profonda immersione nel mistero della Trinità, nella preghiera e nella contemplazione.
  2. Sacrificarsi e portare la propria croce come Gesù. Viveva nalla forte fiducia divina come la esprime il motto dei Certosini: "Stat crux, dum volvitur orbis" - "La croce sta ferma anche se la terra si muove". Il santuario di Santa Croce ai confini della sua parrocchia ha ancora una fore influenza su tutti gli abitanti della Val Badia.
  3. Decisa fermezza nei suoi principi che si manifestava come benefica sicurezza sui suoi parrocchiani e specialmente sulle persone che cercavano il suo aiuto.
  4. Compassione, carità, benevolenza, amore per il prossimo, fedele al famoso detto di Giuseppe Freinademetz: "La lingua dell'amore è l'unica lingua che tutti comprendono." 
  5. Semplicità, povertà francescana, umiltà. la lotta contro la povertà opprimente negli anni fra le guerre e fino agli anni sessanta, segnò la sua vita. Proprio nei decenni in cui la sua terra viveva uno sviluppo economico precipitoso, il suo modo di vivere umile e modesto indicò la giusta via e diede significato alla vita.


Come San Giuseppe Freinademetz in paradiso voleva essere "Un cinese fra i suoi cinesi", di don Enrico si può affermare che per tutti quelli che lo cercavano, voleva essere un fratello alla pari. 

Giuseppe Freinademetz nella sua vita di missionario "le cui mani erano appesantite dal numero dei battesimi compiuti", diventò un veneratore dell'antica cultura cinese: un santo della maturità dell'anima! Allo stesso modo anche don Enrico da instancabile padre e cnfessore, diventò sacerdote della cura delle anime, dell'incoraggiamento e della guarigione nella riconciliazione.
La confessione e la guida delle anime

Confessione e la guida delle anime

Durante la sua lunga vita don Enrico ha vissuto un profondo cambiamento del sacramento della confessione. Fino ai tempi del Concilio confessava a Pasqua, alle funzioni, sempre il primo venerdì del mese, giorno des Sacro Cuore.

La confessdione individuale, già dai tempi del Concilio di trento, ordinva che i peccati mortali fossero confessati una volta l'anno "secondo numero e tipo". Questo portò ad esagerazioni, come se il perdono e l'assoluzione fossero dati in cambio ad un'esatta enumerazione dei peccati. In questo modo la confessione diventava un'enunciazione di formule che suscitava un crescente disagio.

Don Enrico sicuramente doveva essersi molto preoccupato per la continua diminuzione delle confessioni, qualche volta forse era addirittura indignato.La trascuratezza e la mancanza di conoscenza provocarono in quel periodo molte situazioni spiacevoli. Egli faceva fatica ad accettare le funzioni con assoluzione sacramentale generale, per quanto fossero ben preparate. Con il suo acuto senso di osservazione e la sua esperienza si rendeva cnto che in questo modo diminuiva nei fedeli la consapevolezza delle proprie colpe, portando così tra l'altro ad una leggerezza nel ricevere la comunione senza confessione e senza penitenza.

Egli tuttavia trovò la via per una riforma exemplare della confessione in due aspetti: quello della confessione con colloquio spirituale e quello della cura e guarigione dell'anima ferita. Egli sapeva ascoltare, comprendere, sonsigliare e alla fine con le parole "Ti assolvo dai tuoi peccati" dava l'assoluzione e dava all'anima del peccatore un senso di pace e liberazione. Per quanto predicasse contro i peccati e la superficialità, accettava i peccatori con la carità del padre nella parabola del Figliol prodigo. Comprendeva anche il perdono come benedizione di Dio donata al peccatore pentito e sofferente, davanti al quale gli altri avrebbero preferito tirarsi indietro.

Per don Enrico la benedizione, la guarigione e persino la grazia erano un insieme come vasi comunicanti tra loro. La formula della Confessione, nelle sue parole, prende spunto da una sentenza del tribunale: delitto, condanna, pentimento, pnitenza, assoluzione. Sicuramente don Enrico intendeva queste parole, come quelle di un processo di guarigione; principalmente una guarigione delle ferite dell'anima. Queste ferite spesso risalgono a molto tempo prima e hanno creato danni e distruzioni nell'anima che può però guarire grazie alla benedizione di Dio che risana chi è ferito.